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17 maggio 2017

La Cassazione e il kirpan dei sikh

In riferimento alla sentenza della Corte di cassazione 24084/17 – che conferma la condanna di un fedele sikh per il porto del kirpan – il Consiglio direttivo dell’Associazione dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso (Adec), esprime la sua preoccupazione per il fatto che la sentenza abbia immaginato l’esistenza di un limite dell’ordine pubblico all’espressione della libertà religiosa sancita dall’art. 19 della Costituzione.

Ci preoccupa che la Corte abbia poi supposto l’esistenza di altri limiti al pluralismo, confondendo l’applicazione delle leggi con la dichiarazione di presunti “valori occidentali”. Altri giudici italiani hanno in precedenza valutato con maggiore precisione, nel merito e non in linea di principio, se il porto del kirpan costituisca o meno una violazione della legge italiana, esercitando correttamente quel bilanciamento di interessi di cui parlano la sentenza 63/2016 della Corte costituzionale e le altre sentenze della Corte di Strasburgo che la Corte di cassazione pure cita, senza tuttavia coglierne la sostanza.

Giudichiamo questa sentenza una semplificazione, che contiene il rischio della perdita di una cultura giuridica complessa ed articolata, di cui vorremmo rivendicare la centralità. Per approfondire i termini di una questione così importante, convocheremo nei prossimi giorni un incontro pubblico a Roma che speriamo possa promuovere un dibattito proficuo fra magistratura e dottrina.

 

Pisa, 17 maggio 2017

In riferimento alla sentenza della Corte di cassazione 24084/17 – che conferma la condanna di un fedele sikh per il porto del kirpan – il Consiglio direttivo dell’Associazione dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso (Adec), esprime la sua preoccupazione per il fatto che la sentenza abbia immaginato l’esistenza di un limite dell’ordine pubblico all’espressione della libertà religiosa sancita dall’art. 19 della Costituzione.

Ci preoccupa che la Corte abbia poi supposto l’esistenza di altri limiti al pluralismo, confondendo l’applicazione delle leggi con la dichiarazione di presunti “valori occidentali”. Altri giudici italiani hanno in precedenza valutato con maggiore precisione, nel merito e non in linea di principio, se il porto del kirpan costituisca o meno una violazione della legge italiana, esercitando correttamente quel bilanciamento di interessi di cui parlano la sentenza 63/2016 della Corte costituzionale e le altre sentenze della Corte di Strasburgo che la Corte di cassazione pure cita, senza tuttavia coglierne la sostanza.

Giudichiamo questa sentenza una semplificazione, che contiene il rischio della perdita di una cultura giuridica complessa ed articolata, di cui vorremmo rivendicare la centralità. Per approfondire i termini di una questione così importante, convocheremo nei prossimi giorni un incontro pubblico a Roma che speriamo possa promuovere un dibattito proficuo fra magistratura e dottrina.

Pisa, 17 maggio 2017




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